Con il professor Salvatore D’Angelo, dell’U.O.C Di Reumatologia, dell’Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, abbiamo fatto il punto sulle novità in tema di Artrite psoriasica emerse in occasione dell’ultimo congresso 2018 dell’American College of Rheumatology (ACR) che si è svolto a Chicago. Quali obiettivi emergono nel trattamento dell’artrite psoriasica? Quali sono le novità discusse in occasione dell’ACR 2018? Cosa può aspettarsi il clinico dai trial futuri sull’artrite psoriasica?

La professoressa Fabiola Atzeni ci racconta come funziona la U.O.C. di Reumatologia del Policlinico Universitario “G. Martino” di Messina da lei diretta, soffermandosi sull’iter diagnostico-terapeutico riservato ai pazienti, l’attività di ricerca, i punti di forza e il ruolo che l’UOC riveste in ambito regionale.

La U.O.C. di Reumatologia, presso la quale la professoressa Fabiola Atzeni esercita da circa un anno e mezzo, si trova al centro di una rete assistenziale che da un lato lo vede inserito all’interno del Sistema Sanitario Regionale e dall’altro attraverso l’Università nel network di ricerca e formazione.
L’ U.O.C. di Reumatologia dell’Università di Messina include diversi servizi: ambulatori per esterni, attivi dal lunedì al venerdì, Day Service e Day Hospital e posti letto.
Il Policlinico Universitario “G. Martino” di Messina è inclusa tra le Aziende Ospedaliere di maggiore rilevanza dell’Italia meridionale. I pazienti che afferiscono presso la U.O.C. di Reumatologia provengono da tutta la Sicilia. Il Centro segue in particolare pazienti affetti da artrite reumatoide e spondiloartriti quali artrite psoriasica, spondilite anchilosante, etc. trattati con farmaci biologici e con tutte le terapie innovative disponibili sul mercato. Il centro vanta, inoltre, una ampia casistica di pazienti affetti da sclerosi sistemica, lupus eritematoso sistemico e sindrome di Sjögren seguiti in regime di Day Hospital.
Si sottolinea, inoltre, la presenza di un servizio di ecografia ed uno di infiltrazioni per pazienti affetti da osteoartrosi, oltre ad un ambulatorio riservato ai pazienti affetti da sindrome fibromialgica.

Esiste una task force dedicata alle patologie reumatologiche?
L’Unità di Reumatologia fornisce un approccio multidisciplinare per il trattamento delle patologie reumatiche che vede coinvolto oltre il reumatologo, il gastroenterologo, il dermatologo e il nefrologo. Ad esempio, i pazienti affetti da Spondiloartriti e malattie infiammatorie intestinali associate vengono visitati contemporaneamente dal reumatologo e dal gastroenterologo, con il quale sono previsti dei meeting mensili per la discussione dei casi difficili. I protocolli diagostici e terapeutici seguono le linea guida Nazionali e Internazionali quali quelle dell’European League Against Rheumatism (EULAR) e del Group for Research and Assessment of Psoriasis and Psoriatic Arthritis (Grappa).

Che ruolo svolge la ricerca scientifica all’interno del centro?
L’attività di ricerca alle quali la professoressa Fabiola Atzeni e il suo gruppo si stanno dedicando riguardano in particolare il ruolo delle comorbilità nell’artrite reumatoide e nelle spondiloartriti oltre partecipare a clinical trial su farmaci pre e post-marketing.
Quali sono i punti di forza del Centro?
L’U.O.C. di Reumatologia del Policlinico di Messina vanta un bacino di utenza piuttosto ampio al quale riesce a far fronte grazie a giovani medici motivati ed entusiasti.

La professoressa Angela Tincani ripercorre la storia dell’Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica degli Spedali Civili di Brescia, l’iter dei pazienti che vi afferiscono, le attività di ricerca del centro, i suoi punti di forza e il ruolo che la struttura riveste a livello regionale.

L’Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica – Spedali Civili di Brescia è un centro nato nel 1975 per rispondere all’esigenza di prendere in carico le patologie reumatiche-autoimmuni nella provincia di Brescia. In questo territorio, che conta 1 milione di abitanti, non esisteva fino ad allora alcun presidio che si occupasse di queste patologie. La struttura è nata come Servizio di Immunologia Clinica, per poi evolvere, nel 1998, in una Unità Operativa Complessa di Reumatologia e Immunologia Clinica. Il centro oggi è organizzato in modo da offrire una serie di servizi ambulatoriali, di day hospital, di attività macro ambulatoriale complesse (MAC), mentre i pazienti ospedalizzati vengono valutati in regime di consulenza. È importante, infatti, sottolineare che La struttura si trova all’interno di un ospedale generalista che include tutti i tipi di specializzazioni. Il servizio di consulenza permette quindi di vedere pazienti con malattie reumatiche, note e da diagnosticare, ricoverati in tutte le diverse specialità oltre ai pazienti che accedono al pronto soccorso e necessitano di valutazione reumatologica.

Quanti casi di artriti e spondiloartriti sono trattati presso il Centro ogni anno?
Il centro conta circa 4000 pazienti con artrite attiva che necessitano terapie innovative (biologiche e non) tra questi approssimativamente 1500 sono affetti da spondiloartriti. Dal 1 dicembre 2017 al 30 novembre 2018 sono state erogate complessivamente 20.813 prestazioni, che includono visite ambulatoriali semplici o complesse, infusioni, capillaroscopie, etc. Nello stesso periodo sono state effettuate poco meno di 1000 consulenze, di cui 250 in Pronto Soccorso. Il poter lavorare a stretto contatto con l’ospedale è un’opportunità in due sensi. Da un lato permette ai colleghi delle varie discipline, in particolare della Medicina Interna, di richiedere una consulenza tutte le volte che viene posto il sospetto di una malattia reumatica. Dall’altro è un’opportunità anche per gli specialisti che lavorano nella Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica. Infatti, nonostante i pazienti del centro siano in larghissima parte pazienti ambulatoriali, può capitare che un paziente in terapia biologica presenti una complicanza infettiva. In questo caso si ha l’opportunità di ricoverarlo nel reparto Infettivi dove il caso verrà gestito con un trattamento di punta per la complicanza mentre nel contempo c’è la possibilità di continuare a seguirlo per la parte reumatologica.

Che ruolo riveste il Centro all’interno della Regione?
Si stima che i pazienti che afferiscono al centro provenendo da fuori dall’area di competenza della ASST-Spedali Civili di Brescia siano il 30-40% dell’utenza totale. Questo può voler dire che i pazienti provengono da ASST limitrofe, ad esempio le zone montane, quelle del Lago di Garda o della Franciacorta, ma può voler dire anche Mantova, Cremona, Milano. Ci sono poi anche pazienti che vengono da altre regioni come il Veneto, il Friuli Venezia-Giulia, l’Emilia Romagna. Inoltre, taluni pazienti possono arrivare anche da più lontano, come dal Centro o Sud Italia. Questo avviene soprattutto in relazione alle patologie per cui il centro è riconosciuto di eccellenza. In particolare, per esempio, si registra una significativa affluenza da fuori regione nell’ambulatorio che segue le malattie reumatiche in gravidanza, che viene effettuato con gli ostetrici-ginecologi da circa 30 anni e rispetto al quale il centro è riconosciuto come antesignano. Questo fenomeno comporta la possibilità di “concentrare” le casistiche. Se è vero, infatti, che le donne in gravidanza con spondilite anchilosante non sono molte in assoluto, il centro ne vede e ne ha viste negli anni un numero significativo.
Infine, per comprendere gli spostamenti dei pazienti, bisogna sempre ricordare che parliamo di soggetti con patologie croniche, che spesso provano più di una struttura, alla ricerca di qualcuno che possa dire loro che li guarirà, anche se questo non risulta sempre possibile.

Esiste una task force dedicata alle patologie reumatologiche?
Nel centro esiste un ambulatorio nel quale ruotano uno staff di medici altamente specializzati. L’idea di fondo è quella di legare il paziente alle attività del centro e non di fidelizzarlo ad una singola figura. Seppure il paziente tende a ricercare la figura di un solo medico, è importante fargli capire il valore aggiunto di poter contare su un team in modo da non essere mai scoperti, indipendentemente dagli impegni del singolo medico.
Ci può descrivere l’iter del paziente una volta giunto al Centro?
Vediamo a titolo esemplificativo cosa accade a un paziente valutato nell’ambulatorio delle Artriti Precoci. Questo ambulatorio riceve dagli ambulatori di Medicina Generale, dal Pronto Soccorso e dagli altri reparti pazienti con un quadro clinico che può far pensare ad un’artrite all’esordio. Questo ambulatorio stabilisce la diagnosi e il trattamento. Se il paziente deve essere trattato con terapie tradizionali viene preso in carico dagli ambulatori del reparto. Se il paziente deve essere trattato con terapie innovative, viene preso in carico dagli ambulatori, MAC o Day Hospital a questo dedicati.
Il centro propone un modello di presa in carico molto vicino a quello a cui la Regione Lombardia guarda per la presa in carico del paziente con cronicità. Prendere in carico significa che il paziente uscirà dal centro avendo una lettera da portare al suo Medico di Medicina Generale (MMG), in cui sono riportate le considerazioni cliniche e la valutazione reumatologica. Infatti c’è la ferma convinzione che sia importante mantenere un contatto diretto con il MMG che è e resta una risorsa fondamentale per la corretta e completa presa in carico generale. Il paziente, inoltre, avrà con se tutte le impegnative degli esami che deve fare, l’impegnativa per la vista successiva presso il centro e l’appuntamento successivo, se necessario.

Esiste un approccio multidisciplinare strutturato alla patologia?
Esiste una figura di riferimento ed una approccio multidisciplinare sia a livello ambulatoriale sia a livello di ricovero ospedaliero. Per esempio esiste un ambulatorio in comune con la Dermatologia, fondamentale per la gestione delle spondiloartriti e in particolare per l’artrite psoriasica, dove ciascuna figura assistenziale, il dermatologo e il reumatologo, può dare il suo contributo nella presa in carico del paziente. In questo ambulatorio opera anche un reumatologo ecografista, perché il sintomo iniziale di una malattia come l’artrite psoriasica o la spondilite anchilosante può essere, per esempio, l’interessamento anche sfumato delle entesi, individuabile soltanto mediante ecografia.

Nella realtà di Brescia questo non è l’unico ambulatorio multidisciplinare. Esiste, ad esempio, un ambulatorio congiunto con gli ortopedici, per i casi complessi, soprattutto di artriti evolute, che possono avere bisogno di interventi chirurgici. C’è inoltre un ambulatorio congiunto con i ginecologi, dedicato alle esigenze delle donne con spondiloartriti o artriti reumatoidi, o, più in generale, con malattie autoimmuni sistemiche, che vogliono avere dei figli, che sono in gravidanza o più in generale donne in età riproduttiva che desiderano discutere gli argomenti correlati alla pianificazione famigliare. C’è poi un ambulatorio destinato ai pazienti con lupus, la “Lupus Clinic”, che per definizione hanno bisogno di un approccio multidisciplinare. In questo ambulatorio la malattia sistemica, viene ‘imbrigliata’ e gestita da una rete di specialisti dedicati, già selezionati in base alla loro cultura/esperienza/interessi. Dato un paziente e le caratteristiche cliniche della sua malattia è possibile che possa avere bisogno di una consulenza con un neurologo, un ematologo e un dermatologo, e così via e questo può essere ottenuto in via diretta dalla Lupus Clinic.
Un altro laboratorio multidisciplinare interessante è l’ambulatorio dedicato all’età della transizione. Si tratta di un ambulatorio che si occupa della delicata fase in cui i pazienti con patologie reumatologiche crescono e la loro presa in carico non è più in mano al pediatra che si interfaccia con il paziente e la sua famiglia, ma passa allo specialista ed è il paziente stesso a diventare via via l’interlocutore del medico.
Per i ragazzi giovani il passaggio dall’ambulatorio pediatrico all’ambulatorio degli adulti può essere traumatico anche solo per l’ambiente e l’approccio clinico che è totalmente diverso. Senza dimenticare che dal pediatria il paziente si reca con il genitore che invece via via diverrà una figura più marginale nella cura e nella presa in carico. Passando nell’ambulatorio per adulti si comincia a responsabilizzare il paziente e non più il genitore. In questa situazione delicata la sola lettera del pediatra che passa le consegne può non essere sufficiente a rendere il giovane paziente fiducioso verso la nuova struttura.
L’ambulatorio è attivo su base mensile e lì il pediatra insieme al reumatologo incontra tutti quei pazienti che per la prima volta devono accedere all’ambulatorio degli adulti. Questi giovani hanno l’opportunità di ottenere il loro primo appuntamento da adulti insieme al pediatra che li ha seguiti durante i primi anni di malattia.
La multidisciplinarietà è fondante anche nell’ambito del ricovero ospedaliero dove assume altre forme. Se un paziente presenta una broncopolmonite e viene ricoverato nel reparto di infettivologia, dove il personale rileva che il paziente è in terapia biologica, ad esempio, per una spondilite anchilosante, il centro viene contattato per concordare un piano terapeutico in sinergia con le problematiche reumatologiche che verrà seguito per la durata del ricovero. Un altro esempio, è quello di pazienti che afferiscono al Pronto Soccorso per un forte mal di schiena; in questo caso, se vengono rilevati indici di infiammazione elevati, ed esclusa l’ipotesi posturale, il personale di PS contatta il centro per l’eventuale presa in carico di quel paziente.

Che ruolo svolge la ricerca scientifica all’interno del centro?
Esiste la possibilità per i pazienti di essere inseriti in trial clinici dal momento che il centro è impegnato in moltissimi studi; in particolare, in questo momento sono attivi 30 di trials clinici di cui la metà sono osservazionali.
Si parte dalla ferma convinzione che la ricerca clinica sia il modo migliore per fare della buona pratica clinica. Essere costretti a riflettere su una coorte di pazienti con una patologia e poter osservare l’andamento nel tempo rispetto ad un parametro specifico, come può essere la presenza di comorbilità (una tra tutte, per esempio, il rischio cardiovascolare), significa porre attenzione a quell’aspetto specifico nella pratica clinica di tutti i giorni. Tutte le volte che si avrà di fronte un paziente sarà naturale controllarne periodicamente il profilo lipidico o porre un’attenzione specifica ai suoi stili di vita. O ancora, se si va a guardare il ruolo dell’attività fisica negli ultimi 50 pazienti, seguiti per 5 anni, di fronte al paziente nuovo, il 51 esimo, verrà spontaneo chiedere informazioni relative all’esercizio fisico e, se non lo fa, indirizzarlo a farlo. Avere la possibilità di fare ricerca oggi significa porsi nelle condizioni di migliorare la qualità della cura e della assistenza in futuro. Il rapporto stesso con l’Università, a partire dalle tesi di Laurea, permette di gettare le basi per la ricerca clinica che è uno strumento indispensabile a migliorare il servizio agli ammalati.

Quali sono i punti di forza del Centro?
Questo centro è nato per lo studio delle malattie autoimmuni sistemiche e si è sviluppato molto nella direzione della reumatologia rispondendo, come già accennato, alle esigenze del territorio.
Al di là delle specifiche aree di competenza (che sarebbe difficile elencare in maniera esaustiva), il vero punto di forza del centro di Brescia è quello di lavorare come gruppo bene organizzato ed avere una forte connotazione multidisciplinare, resa possibile dalla collocazione in un grande ospedale generalista. Infine il rapporto con la Università rende possibile la commistione con le giovani generazioni di medici e specialisti in formazione che porta con se idee nuove, energie ed entusiasmo tali da non permettere di arrendersi alle difficoltà quotidiane.

Assieme al professor Salvatore De Vita, che la dirige, abbiamo raccontato la storia e il ruolo della Clinica di Reumatologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine, sottolineando l’importanza che rivestono la ricerca per avere l’eccellenza clinica e il mettersi al servizio dei malati per curarli al meglio.

La Clinica di Reumatologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine è stata istituita nel 2000, con l’allora direttore Gianfranco Ferraccioli, che due anni dopo si è spostato a Roma. Dal 2003 il Centro è diretto dal professor Salvatore De Vita. La Clinica è nel tempo cresciuta nelle varie attività che la contraddistinguono e cioè quella assistenziale, quella di ricerca e quella didattica: le tre funzioni della clinica universitaria in un’azienda integrata con l’ospedale. All’interno del Centrolavora del personale strutturato universitario e ospedaliero. Al momento la clinica, che è partita con 3 persone, conta 7 medici incaricati, strutturati e assunti dal SSN che svolgono attività di corsia, dayhospital, ambulatorio, e diagnostica ecografica principalmente. Nel tempo l’attività della Clinica si è consolidata fino ad arrivare a seguire oggi circa 30 mila pazienti con malattia reumatologica cronica. Più in dettaglio, dal punto di vista assistenziale, il Centro dà priorità a tutte malattie più complesse, quali le  le connettiviti sistemiche (LES e sindrome da anticorpi antifosfolipidi, sindrome di Sjögren, miositi, sclerosi sistemica, connettivite mista, connettiviti indifferenziate e da overlap) e le vasculiti sistemiche, le artriti croniche tra cui l’artrite reumatoide e le spondiloartritisieronegative, ed il morbo di Still. Inoltre, il Centro di Udine è centro di riferimento regionale per le malattie rare, ed è parte della rete per le immunodeficenze primitive, coordinata dall’OspedaleBurlo Garofalo di Trieste.

La Clinica segue patologie diverse, in particolare le malattie reumatiche infiammatorie più complesse, svolgendo una importante funzione assistenziale. L’attività assistenziale è fondamentaleper il Centro che è un centro HUB, l’unico sul territorio della Regione Friuli-Venezia Giulia, per la reumatologia dell’adulto, mentre i bambini afferiscono all’HUB dell’dell’Ospedale Burlo Garofalo di Trieste. L’attività assistenziale si organizza per livelli di complessità: via via che le patologie sono più complesse devono essere riferite ai centri SPOKE di secondo livello e al centro HUB di terzo livello di Udine. Il Centro di Udine ha il compito di coordinare l’attività assistenziale, di ricerca e di didattica dell’intera Regione Friuli-Venezia Giulia, che conta su una rete reumatologica regionale, istituita da molto tempo, e formalizzata nel 2015 con decreto regionale. Il Centro finalizza con la Regione la stesura dei Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) e dei documenti di raccomandazione a livello regionale.

Il taglio che caratterizza il centro di Udine è l’eccellenza nell’assistenza basata, oltre ovviamente che sulle capacità cliniche ed esperienza, anche sull’eccellenza che caratterizza la ricerca, importantissima per avere nuove idee, scoprire cose nuove e avere una metodologia adeguata ed approfondita di supporto quotidiano per curare i casi difficili.
“Per avere un’eccellenza assistenziale è necessaria anche l’eccellenza della ricerca”, spiega il professor De Vita. “Se per eccellenza intendiamo anche curare i casi difficili, che in reumatologia sono i casi gravi e che non sono facilmente interpretabili, questi vanno filtrati attraverso l’esperienza e le idee, e la ricerca fornisce i requisiti scientifici e la metodologia per affrontare al meglio i problemi più complessi”. L’attività di ricerca, anche di laboratorio, ha permesso al centro di sviluppare per primo, a livello internazionale oltre che nazionale, delle terapie innovative, oltre che di indagini e criteri per la migliore diagnosi.  Grazie al coordinamento svolto dal centro di Udine sono stati messi a punto dei criteri di classificazione ora usati in tutto il mondo per alcune malattie reumatiche. Inoltre, il Centro ha il coordinamento scientifico del progetto europeo di ricerca “HarmonicSS” nell’Horizon 2020 – sulla sindrome di Sjogren, finanziato dalla Comunità Europea, con più di 30 partner europei e 2 degli Stati Uniti, e l’associazione dei malati europea (PARE) ed americana (Sjögren’s syndrome foundation) .
“Fare ricerca significa metterci qualcosa di proprio, interpretare i dati, avere nuove idee, fornire un’assistenza integrata”, conclude il direttore De Vita. Ad esempio, la ricerca di laboratorio della Clinica ha identificato il ruolo importante di alcuni fattori di crescita dei linfociti B nelle malattie autoimmuni, fattori che si possono ora aggredire con terapie mirate innovative.

Da diversi anni il Centro segue i pazienti anche all’interno di trial clinici. Spesso gli studi consentono al Centro di usare farmaci non ancora commercializzati e, per questo, tipologie di pazienti che non rispondono alle terapia possono beneficiare anche di questa possibilità. Anche in questa accezione la ricerca è dunque una risorsa per il paziente. Il trial clinico offre una duplice possibilità: al paziente di utilizzare un farmaco nuovo con la potenzialità che possa funzionare meglio, ed al Centro di investire in ricerca che può tradursi in eccellenza nell’assistenza. Gli studi clinici vengono svolti su malattie diverse che vanno dall’artrite reumatoide alle spondiloartriti, al LES, alla vasculite, fino alla sindrome di Sjögren ad alla crioglobulinemia mista, per le quali per il Centro è un riferimento internazionale.

L’aspetto che caratterizza la ricerca portata avanti dal Centro è quello di poter essere in prima linea nello svolgimento dei trial a partire dalla progettazione e dal disegno dello studio, e non solo come centro partecipante allo studio. Il Centro è coinvolto in trial su nuovi farmaci, laddove non ci sono terapie efficaci: ad esempio farmaci quali rituximab, belimumab e nuove terapie anti-B linfocitarie, studi con i nuovi JAK inhibitors, e lo studio GIACTA sul blocco dell’ interleuchina-6 nell’arterite gigantocellulare, per arrivare poi a tutti gli studi sull’uso dei farmaci biologici nelle spondiloartriti sieronegativee nell’artrite reumatoide.

Ogni anno il Centro segue circa 15 trial, arruolando una quantità dei pazienti variabile in funzione della tipologia di studio: uno studio osservazionale su un farmaco già registrato recluta molti più pazienti rispetto ad uno studio su un farmaco innovativo. Per fare un esempio, ci sono studi con farmaci innovatici che reclutano 3-5 pazienti, mentre ci sono studi osservazionali in cui i casi arruolati sono 10-15.

Percorsi personalizzati per i pazienti con spondiloartriti

Di fronte ad un paziente che ha un problema clinico, prima di tutto è importante formulare una diagnosi corretta, per questo una task force multidisciplinare è necessaria, ad esempio per diagnosi della early arthritis. Formulata la diagnosi, al paziente riferito al Centro viene dato un percorso il più possibile predefinito da parte del reumatologo, che resta lo specialista di riferimento ed il “coordinatore” qualora il paziente abbia prevalentemente una malattia reumatica; viene così anche facilitato l’accesso agli altri specialisti.

Tutte le malattie reumatiche infiammatorie croniche, quali più frequentemente le spondiloartritisieronegative e l’artrite reumatoide, vanno diagnosticate precocemente. Esiste presso il Centro una “early arthritis clinic”, con più medici che vi operano: il paziente arriva e viene valutato dallo specialista, viene eseguita l’ecografia muscoloscheletrica e prescritti gli esami; poi il paziente viene ‘restituito’, nel giro di 15-20 giorni, al medico di base con la diagnosi formulata, un piano terapeutico, ad un controllo specialistico già programmato.
Per i pazienti con spondiloartrite sieronegativa già diagnosticata, esiste un ambulatorio specifico, con un medico dedicato alla patologia, che lavora in collaborazione con altre discipline nell’azienda: in particolare con la dermatologia, con la gastroenterologia e con l’oculistica. Per quanto riguarda la dermatologia in particolare la collaborazione è molto fattiva con un ambulatorio reumatologico-dermatologico condiviso, che ha portato a risultati importanti soprattutto per la diagnosi, la prognosi e la terapia precoce dell’artrite cronica sieronegativa spesso diagnosticata erroneamente come artrite reumatoide sieronegativa, ma che nell’esperienza del Centro, con lo studio ecografico accurato e con l’uso della dermoscopia, eseguita dal dermatologo, si rivela essere un’artrite psoriasica. L’equipe multidisciplinare si attiva a partire dalla diagnosi della early arthritis, in modo che il paziente riceva il trattamento più specifico per la sua patologia. Per la gastroenterologia c’è il grosso capitolo delle artriti enteropatiche e le forme subcliniche ad impegno intestinale. Per l’oculistica il Centro conta su canali preferenziali per i pazienti con manifestazioni infiammatorie oculari. Seppure la reumatologia del Centro non ha un ambulatorio condiviso con queste due discipline specialistiche, esiste un contatto diretto con gli specialisti che si occupano di queste problematiche.

Circa l’ecografia muscoloscheletrica (nelle artriti)  e salivare nella sindrome di Sjögren) , la Clinica è anche referente nazionale ed internazionale (gruppo OMERACT) e sta sviluppando metodi di valutazione ecografica innovativi (machine learning; image segmentation)

Protocolli terapeutici flessibili

Esiste un protocollo condiviso per la gestione ottimale dei pazienti, tuttavia si tratta di un protocollo improntato sulla flessibilità: si parte dalla diagnosi, poi si prosegue con una serie di esami e infine si cerca di impostare il percorso di cura su un principio di flessibilità. “Bisogna avere una guida, ma è importante essere pronti a prendere decisioni flessibili, il più possibile capaci di rispondere alle esigenze del singolo paziente”, spiega il direttore De Vita. “Il rischio di un protocollo troppo rigido è quello di non ragionare in funzione della specificità di quel determinato paziente, che può presentare un sottotipo particolare della medesima malattia, o comorbidità od esigenza particolari,  che comunque è indispensabile valutare”. Le spondiloartriti sono un gruppo di malattie e come tali vanno viste. Ad esempio, qualsiasi sia il tipo di spondiloartrite sieronegativa –spondilite anchilosante, artrite psoriasica, sindrome di Reiter – tutti i pazienti che afferiscono al Centrodevono fare gli accertamenti per tutti i singoli organi o apparati che possono essere coinvolti dalla spondiloartrite  sieronegativa in generale. Per esempio, se un paziente con artrite psoriasica ha unacalprotectina fecale aumentata è possibile che abbia un’infiammazione intestinale e per questo va seguito anche dal gastroenterologo ed, eventualmente, essere sottoposto a indagini anche a livello intestale, fino ad arrivare, se necessario, anche alla colonscopia e alla biopsia. Oppure il paziente con spondilite anchilosante deve fare anche il tampone uretrale, il tampone cervicale nella donna, per vedere se si è in presenza di un’infezione da Clamidia, come è possibile nel caso di sindrome di Reiter. Quindi anche se il paziente ha una forma definita, come ad esempio un’artrite psoriasica, nulla vieta che questo paziente abbia anche una componente reattiva, ad esempio da Clamidia, o che abbia un’infiammazione intestinale subclinica, od on vero morbo di Crohn.

Il punto di partenza e la mission del Centro e delle persone che vi operano è quello di curare bene le persone. Dai medici traspare questo spirito di servizio dal quale naturalmente emerge il desiderio di collaborare con le associazioni di pazienti, perché i malati sono i destinatari finale dei servizi che il Centro offre. La ricerca stessa, che è il fiore all’occhiello del Centro, non è fine a se stessa, ma è finalizzata a produrre risultati che vadano ad agire sulla salute dei pazienti. Il Centro, la direzione e le persone che vi lavorano sentono questa missione come centrale. A partire da questa visione, l’associazione dei malati del Friuli-Venezia Giulia è naturalmente un interlocutore indispensabile per il Centro, che organizza degli incontri periodici con i malati stessi, e con medici (di base e specialisti) a partire anche dai bisogni informativi dei malati stessi che vengono coinvolti anche nelle decisioni terapeutiche. Inoltre il Centro, presied, insieme alla Regione, un gruppo di coordinamento della rete reumatologica regionale stato inserito di diritto un rappresentante dei malati, oltre che a un rappresentante dei medici di medicina generale, personale medico anche di specialità diverse, e personale non medico (infermiere; fisioterapista). Anche i PDTA vengono discussi insieme con i malati. “I pazienti sono per il Centro qualcosa di sentito, che deve essere sempre presente nelle decisioni, sempre condivise”, spiega il Professor De Vita. In questo modo si evita di instaurare nel rapporto medico paziente la percezione che si abbiano esigenze e obiettivi terapeutici contrapposti. “L’interazione con i malati parte dalla convinzione che il medico si senta al servizio dei pazienti e il malato, che così si sente protetto, rispetta il medico, ed ha ancora più fiducia”, continua il Professore. “È fondamentale il rapporto di reciproca fiducia che nasce da un rapporto di dialogo, di onestà, di stima”.

Insieme ad Antonio Marchesoni, dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale (ASST) Pini-CTO di Milano, abbiamo esplorato delle novità nel trattamento delle spondiloartriti emerse in occasione dell’EULAR 2018. Con un focus sullo studio FUTURE 5: dal disegno alle caratteristiche fino ai dati di efficacia e sicurezza.

Le novità
nel trattamento
delle spondiloartriti

FUTURE 5:
disegno e caratteristiche
dello studio

FUTURE 5:
dati di efficacia
e sicurezza